Storia dell’acquariofilia – Parte II
Giardino zoologico Natura Artis Magistra di Amsterdam 1860 sezione dedicata alla piscicultura
Gli anni dell’“Aquarium Mania”
Quando The Aquarium uscì nel 1854, Philip Henry Gosse probabilmente non poteva prevedere fino a che punto il pubblico avrebbe preso sul serio il suo invito a portare in casa un frammento di mare, però Londra, soprattutto a metà Ottocento, era il luogo ideale perché questo accadesse.

La passione per la storia naturale attraversava da tempo la società britannica. Si raccoglievano conchiglie, insetti, felci e fossili; le escursioni sulle coste erano insieme svago e occasione di studio; le Wardian cases avevano già abituato gli interni vittoriani alla presenza di piccoli paesaggi racchiusi nel vetro. Anche le condizioni materiali erano favorevoli: l’abolizione della tassa sul vetro nel 1845 aveva contribuito a rendere più accessibili grandi lastre trasparenti, mentre l’industria offriva ormai strutture in ferro, arredi e recipienti che soltanto qualche decennio prima sarebbero stati molto costosi.
Per centinaia di migliaia di persone c’erano soldi, curiosità e anche tempo libero. Una miscela perfetta e il libro di Gosse arrivò dunque nel momento giusto.
Per qualche anno l’acquario divenne una delle grandi novità della casa vittoriana.
Fino a quel momento l’acquario era soltanto un contenitore per pesci e per osservazioni di breve durata. Ora dentro potevano convivere alghe, molluschi, crostacei, anemoni, piccoli pesci e gli organismi più strani raccolti nelle pozze lasciate dalla marea. Ogni vasca prometteva qualcosa che fino a quel momento era stato difficile ottenere anche per un naturalista: osservare per giorni o mesi la vita nascosta sotto la superficie dell’acqua.
La risposta del pubblico fu tale che già l’anno successivo Gosse tornò sull’argomento con un volume molto più agile.
Nel 1855 pubblicò A Handbook to the Marine Aquarium, appena quarantasette pagine nella prima edizione, interamente rivolte agli aspetti pratici: costruire la vasca, popolarla, mantenerla e procurarsi gli organismi. Una seconda edizione riveduta apparve nel 1856. Una nota personale: proprio mentre scrivo queste righe è in viaggio verso la mia biblioteca una copia della prima edizione del 1855.
La differenza fra The Aquarium e il piccolo Handbook racconta bene ciò che stava accadendo: nel primo Gosse aveva soprattutto fatto desiderare l’acquario; nel secondo rispondeva alle domande di chi ormai voleva realmente possederne uno.
Nello stesso 1855 Charles Kingsley pubblicò Glaucus; or, The Wonders of the Shore. Anche questo libro invitava il lettore a percorrere le coste, sollevare pietre, esaminare le pozze di marea e osservare gli organismi marini. L’acquario entrava così in una cultura naturalistica molto più ampia: andare al mare non significava più soltanto fare il bagno o passeggiare sulla spiaggia. Si partiva con barattoli, retini e recipienti.
Il problema era che non tutti vivevano vicino alla costa e anche che non tutte le coste erano come quelle del sud dell’Inghiletrra e, soprattutto, non tutti avevano voglia di raccogliere personalmente ciò che occorreva.
Qualcuno intuì immediatamente che quella difficoltà poteva diventare un mestiere.
William Alford Lloyd e il primo commercio acquariofilo
William Alford Lloyd non proveniva dall’università e non apparteneva alle grandi società scientifiche londinesi. Era un naturalista autodidatta che aveva lavorato anche nel commercio librario e che, dopo aver letto Gosse, cominciò a interessarsi seriamente agli acquari.

Nel luglio del 1855 iniziò a pubblicizzare a Londra un’attività nella quale si vendeva, secondo l’annuncio, tutto ciò che riguardava gli acquari. La British Library lo considera il primo acquariofilo professionista e la sua attività il più antico negozio specializzato conosciuto.
Nel 1856 l’impresa si trasferì nei pressi di Regent’s Park e assunse un nome che non lasciava dubbi: Aquarium Warehouse.
Entrare da Lloyd significava trovare riunito ciò che fino a pochissimo tempo prima un appassionato avrebbe dovuto procurarsi da fonti diverse. C’erano vasche, supporti, strumenti per la raccolta, recipienti per il trasporto, retini, lenti d’ingrandimento e microscopi. Soprattutto c’erano animali e piante.
Nel 1858 Lloyd pubblicò A List, with Descriptions, Illustrations, and Prices, of whatever relates to Aquaria. Il titolo potrebbe far pensare a un semplice listino commerciale; in realtà si trattava di un catalogo illustrato di 128 pagine che univa prezzi, descrizioni e consigli di gestione.
Il dettaglio è importante, con Lloyd compare una figura che oggi ci è perfettamente familiare: il negoziante specializzato in acquari.
Prima di allora la vasca era stata soprattutto un oggetto costruito da artigiani per naturalisti, oppure realizzato in casa seguendo le istruzioni di un libro. Ora esisteva qualcuno che viveva vendendo vasche, accessori e organismi acquatici.
Si stava formando un mercato.
L’Aquarium Warehouse permetteva inoltre al cittadino londinese di saltare una parte essenziale dell’esperienza descritta da Gosse. Non era più indispensabile andare a Weymouth o a Ilfracombe, aspettare la bassa marea e cercare personalmente fra le rocce. Il contenuto della costa poteva arrivare direttamente in negozio.
Era comodo, ma segnava anche un cambiamento profondo. L’acquariofilo cominciava lentamente a separarsi dal raccoglitore-naturalista.
Vedi l’articolo di approfondimento su Lloyd
Shirley Hibberd e il salotto vittoriano
Fra gli autori che compresero meglio il carattere domestico della nuova moda vi fu Shirley Hibberd.
Nel 1856 pubblicò The Book of the Aquarium and Water Cabinet, una guida pratica alla formazione, al popolamento e alla gestione degli acquari d’acqua dolce e marini.
Hibberd era giornalista, orticoltore e abilissimo divulgatore. Nei suoi libri la natura entrava in casa sotto molte forme: felci, piante ornamentali, terrari, voliere, giardini d’inverno. L’acquario trovò facilmente posto in questo universo.

Le vasche illustrate nei manuali dell’epoca erano spesso molto lontane dall’essenzialità degli acquari moderni. Strutture elaborate in ferro o legno sostenevano recipienti di vetro; rocce artificiali, fontanelle e decorazioni trasformavano l’insieme in un vero mobile da esposizione. Alcuni progetti combinavano persino acquario e cassa per felci.
Un ospite entrando in un salotto poteva quindi trovarsi davanti a una piccola scena naturale costruita con la stessa attenzione riservata agli altri arredi.
L’aspetto estetico contribuì enormemente al successo della moda. La vasca possedeva qualcosa che una collezione di conchiglie o un erbario non potevano offrire: movimento.
Gli animali erano vivi.
Un anemone poteva aprirsi lentamente; un paguro attraversava il fondo; una lumaca lasciava la propria traccia sul vetro; piccoli crostacei comparivano fra le alghe. C’era sempre la possibilità che accadesse qualcosa. Per qualche anno il salotto vittoriano ebbe il proprio teatro subacqueo.
La via tedesca all’acquario
Mentre in Gran Bretagna l’acquario stava diventando una moda domestica, la nuova pratica attraversò rapidamente la Manica e trovò in Germania una propria strada. Qui l’interesse si orientò soprattutto verso l’acqua dolce, molto più accessibile a chi viveva lontano dal mare e assai più semplice da mantenere rispetto ai piccoli acquari marini che avevano affascinato il pubblico inglese.

Nello stesso anno Emil Adolf Roßmäßler pubblicò sulla popolarissima rivista Die Gartenlaube l’articolo Der See im Glase, “Il lago nel bicchiere”. Roßmäßler comprese immediatamente quale possibilità offrisse l’acquario d’acqua dolce: non soltanto un ornamento per la casa, ma una piccola finestra attraverso la quale osservare direttamente la natura.
Nel 1857 quelle idee confluirono in Das Süßwasser-Aquarium, il libro destinato ad avere una fortuna ben maggiore di quello di Müller. Roßmäßler non inventò l’acquario e non fu nemmeno il primo autore tedesco a dedicargli un manuale, ma fu colui che contribuì più di ogni altro a trasformarlo in Germania da curiosità scientifica a passatempo naturalistico accessibile al grande pubblico.
È un passaggio significativo. L’acquario nato sulle coste britanniche come piccolo frammento di mare stava cambiando natura: nell’Europa continentale diventava sempre più spesso un piccolo ecosistema d’acqua dolce, popolato con piante e animali raccolti negli stagni, nei ruscelli e nei laghi vicini.
Nel 1856 apparve a Lipsia un volumetto oggi quasi dimenticato, ma di grande importanza storica: Aquarium. Belehrung und Anleitung solche anzulegen und zu unterhalten, del dottor Ludwig Müller. Il libro spiegava come costruire e mantenere un acquario e descriveva animali e piante adatti alla vita in questi nuovi contenitori domestici. Per molto tempo rimasto ai margini della storiografia acquariofila, viene oggi considerato uno dei primissimi manuali specificamente dedicati all’acquario e, con ogni probabilità, il primo pubblicato in lingua tedesca.
“Ocean Gardens”
Gli editori si accorsero rapidamente che esisteva un pubblico disposto a comprare libri sull’argomento.

Nel 1857 Henry Noel Humphreys pubblicò due opere che già nei titoli esprimono bene l’immaginario di quegli anni.
La prima fu Ocean Gardens: The History of the Marine Aquarium and the Best Methods Now Adopted for its Establishment and Preservation.
La seconda, dedicata all’acqua dolce, si intitolava River Gardens. La scelta della parola gardens non è casuale.
Il modello culturale era ancora fortemente legato al giardinaggio. Il fondo della vasca veniva composto quasi come un’aiuola; le alghe e le piante erano scelte e sistemate cercando un equilibrio fra esigenze biologiche ed effetto visivo. L’acquario marino poteva essere immaginato come un giardino sommerso. È difficile non riconoscere, in questa idea ottocentesca del giardino sommerso, qualcosa che quasi centocinquant’anni più tardi sarebbe riemerso, in forme completamente nuove, nell’opera di Takashi Amano.
Nello stesso periodo George Brettingham Sowerby pubblicava opere divulgative sugli acquari e John George Wood portava nelle case britanniche la fauna delle coste attraverso Common Objects of the Sea-Shore. Nel giro di tre o quattro anni si era formata un’intera biblioteca.
I libri alimentavano le escursioni; le escursioni alimentavano gli acquari; gli acquari facevano nascere nuove domande, alle quali rispondevano altri libri e il fenomeno aveva ormai superato abbondantemente la cerchia dei naturalisti.
Il lago dentro un bicchiere
La moda inglese non impiegò molto ad attraversare la Manica e il Mare del Nord.
In Germania arrivò con una caratteristica particolare: per un abitante di Londra, Manchester o Birmingham procurarsi organismi marini era complicato ma possibile. Esistevano ferrovie verso la costa e, con Lloyd, anche un commercio specializzato. Addirittura l’acqua marina, prelevata al largo per non risultare inquinata dalle acque del Tamigi, veniva portata a Londra in botti trasportate sulle chiatte che rifornivano la città di ostriche.
A Lipsia il problema era diverso perché il mare era lontano e Emil Adolf Roßmäßler comprese che non aveva molto senso imitare fedelmente il modello britannico. Meglio utilizzare ciò che laghi, stagni e corsi d’acqua offrivano nelle vicinanze.
Nel 1856, sulla diffusissima rivista illustrata Die Gartenlaube, pubblicò un articolo dal titolo memorabile: Der See im Glase, Il lago nel bicchiere.
Roßmäßler conosceva bene ciò che stava accadendo in Inghilterra. Nell’articolo contrapponeva esplicitamente il suo piccolo lago domestico all’“oceano sul tavolo” degli inglesi e insisteva sul valore educativo dell’acquario. Pensava alle famiglie, ma anche alle scuole: osservare lo sviluppo delle lumache, degli insetti acquatici e degli anfibi poteva abituare i bambini a guardare la natura con attenzione. L’anno successivo pubblicò Das Süßwasser-Aquarium, destinato a diventare uno dei testi fondamentali della tradizione acquariofila tedesca. Il libro continuò a essere ristampato per decenni; la quinta edizione apparve ancora nel 1892.
Roßmäßler non fu in senso assoluto il primo autore tedesco a pubblicare un libro sull’acquario. Nel 1856 Ludwig Müller aveva già dato alle stampe Aquarium. Belehrung und Anleitung solche anzulegen und zu unterhalten, ma fu l’autore che influenzò tutto il mondo germanico.
Roßmäßler era un divulgatore molto conosciuto e concepiva la diffusione delle scienze naturali come una forma di educazione popolare. Der See im Glase e Das Süßwasser-Aquarium contribuirono a radicare l’acquario in Germania non come semplice imitazione della moda londinese, ma come pratica autonoma.
Questo passaggio avrà conseguenze importanti e la grande tradizione acquariofila tedesca nascerà soprattutto dall’acqua dolce.
1858: la moda attraversa l’Atlantico
Negli Stati Uniti la nuova passione arrivò quasi contemporaneamente.
A New York, nel 1858, furono pubblicati due libri dedicati interamente all’argomento.
Il primo era Life Beneath the Waters; or, The Aquarium in America di Arthur M. Edwards. Il secondo, The Family Aquarium; or, Aqua Vivarium, era opera di Henry D. Butler. (Biodiversity Heritage Library)
Butler presentava l’acquario come un nuovo piacere per la famiglia americana e spiegava come costruire, allestire e mantenere vasche d’acqua dolce e marina.
Il titolo scelto da Edwards è forse ancora più significativo: non semplicemente The Aquarium, ma The Aquarium in America. In quattro anni l’idea lanciata dal libro di Gosse aveva acquistato una dimensione internazionale.
Una recensione dell’Atlantic Monthly del settembre 1858 criticò duramente il volume di Edwards, accusandolo di essere stato preparato troppo in fretta. Il motivo attribuito a quella fretta è più interessante della critica stessa: il libro sarebbe stato confezionato rapidamente per rispondere alla domanda del pubblico. Esisteva quindi già un mercato americano abbastanza ampio da spingere gli editori a contendersi i nuovi acquariofili.
Anche lo Smithsonian di Washington manteneva organismi marini vivi e nel gennaio del 1858 un giornale di New York parlava di un acquario che attirava numerosi visitatori.
L’acquario non era più un fenomeno britannico.
Dopo la febbre vittoriana
Dietro le immagini eleganti dei manuali esisteva però una realtà molto meno accomodante: tenere un acquario marino nella Londra del 1857 era difficile.
Mancavano filtri biologici nel senso moderno, pompe elettriche, refrigeratori, termostati, test chimici affidabili e quasi tutto ciò che oggi permette di intervenire rapidamente quando una vasca comincia a perdere stabilità.
Il concetto di equilibrio fra animali e vegetali era corretto nelle sue linee generali, ma veniva interpretato in maniera troppo semplice. Il ruolo della componente microbica era largamente sconosciuto. Pasteur faceva i suoi esperimenti in questi anni, ma si cominciò ad associare l’azione dei batteri al funzionamento dell’acquario soltanto verso la fine del secolo.
Un animale morto dietro una roccia poteva deteriorare rapidamente pochi litri d’acqua e riportava l’acquariofilo ad un dura realtà. Alcune alghe raccolte in mare si decomponevano quasi subito. Un crostaceo apparentemente innocuo divorava i vicini durante la notte. Il sole, così utile alle piante, poteva far salire la temperatura di un piccolo recipiente fino a livelli letali.
Con l’acqua marina si aggiungeva un altro inconveniente: procurarsela.
Per chi non viveva sulla costa significava trasportarla, acquistarla oppure prepararla artificialmente. Gosse stesso aveva pubblicato già nel 1855 una breve nota sull’uso di acqua marina artificiale.
Anche le vasche avevano i loro difetti. I cementi potevano contaminare l’acqua, le giunzioni perdere e i vetri rompersi. Le pagine dei manuali vittoriani sono piene di incidenti che a un acquariofilo moderno risultano sorprendentemente familiari.
Il pubblico aveva comprato l’immagine di un piccolo ecosistema capace quasi di badare a se stesso, ma si trovò davanti a problemi di manutenzione aggravati dalla totale indisponibilità di qualsiasi aiuto tecnologico.
Una mania abbastanza grande da essere presa in giro
Nel 1858 l’acquario era diventato abbastanza conosciuto da poter essere trasformato in una battuta.
Al Canterbury Hall venne rappresentata una canzone serio-comica intitolata The Aquarium Mania e la satira funzionava perché non era necessario spiegare al pubblico che cosa significasse. La mania era diventata un fenomeno sociale riconoscibile.
La vasca era passata in pochissimo tempo dall’essere una curiosità scientifica a un qualcosa che si poteva desiderare per non sembrare fuori moda. Ed è proprio qui che la storia comincia a cambiare direzione.
1860: Hibberd fa il bilancio

Nel 1860 Shirley Hibberd scrisse sulla rivista Recreative Science alcune pagine dedicate alla gestione degli acquari.
L’esordio è quasi brutale.
“The aquarium mania may be considered as fairly dead.”
La mania dell’acquario poteva considerarsi ormai sostanzialmente morta.
Erano trascorsi appena sei anni da The Aquarium di Gosse e Hibberd spiegava che migliaia di persone avevano allestito vasche senza comprendere i principi necessari al loro funzionamento e le avevano poi abbandonate giudicandole troppo difficili da gestire. Per lui, tuttavia, l’acquario conservava intatto il proprio valore nelle mani di chi lo utilizzava per studiare seriamente botanica e zoologia.
Il passaggio è interessante perché viene da uno degli uomini che avevano contribuito direttamente alla diffusione della moda. La febbre stava finendo, ma non stava scomparendo l’acquario, semplicemente iniziava una selezione naturale fra i suoi proprietari.
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1862: Gli acquari arrivano in Italia
Proprio mentre la grande ondata britannica cominciava a ritirarsi, la nuova pratica raggiungeva il pubblico del giovane Regno d’Italia.
Nel 1862, a Torino, la Tipografia scolastica di Sebastiano Franco e figli pubblicò Gli acquari di Michele Lessona.

Un annuncio apparso sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia il 2 aprile lo presentava come un volumetto illustrato al prezzo di ottanta centesimi (oggi disponibile intorno ai 150 euro). Lessona era indicato come professore di Storia naturale nella Regia Università di Genova.
Era un libro piccolo, ma per la storia italiana dell’acquariofilia ha un significato notevole.
Lessona non si limita a spiegare come tenere dei pesci in un recipiente. Conosce la letteratura inglese e ricostruisce la storia recente dell’acquario. Parla di Ward, Johnston, Lady Thynne, Warington e Gosse; cita Lankester e segue da vicino il dibattito britannico sull’equilibrio fra animali e vegetali.
Per un lettore italiano del 1862, personaggi che pochi anni prima avevano lavorato quasi nell’isolamento erano già diventati i protagonisti di una piccola storia internazionale.
Lessona parte inoltre da un presupposto molto simile a quello che aveva guidato Gosse e Dalyell: osservare un animale vivo per lungo tempo permette di conoscere aspetti della sua esistenza che nessuna collezione di esemplari conservati può mostrare.
La vasca viene descritta anche nei dettagli pratici. Forma, vetri, fondo, posizione rispetto alla finestra, vegetazione e popolazione diventano argomenti di discussione. Lessona spiega il rapporto fra respirazione animale e attività delle piante, assegna alle lumache un ruolo utile nella gestione dei residui e mette in guardia da alcuni inconvenienti. L’edizione digitale oggi disponibile deriva dalla seconda edizione torinese del 1864, prova che il volumetto aveva avuto abbastanza fortuna da essere riproposto.
Quando l’Italia scopriva attraverso Lessona l’elegante acquario delle sale inglesi, molti salotti inglesi avevano già rinunciato al proprio, le idee però viaggiavano più lentamente delle mode e spesso duravano più a lungo. Di certo in Italia l’interesse fu molto minore e l’esplosione dell’acquariofilia come moda popolare avvenne quasi un secolo dopo.
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Lloyd paga il prezzo della crisi
Nessuno rappresenta meglio di William Alford Lloyd il passaggio dalla crescita vertiginosa degli anni Cinquanta alla fase successiva. Il suo commercio era nato insieme alla mania, ma quando la domanda domestica diminuì, l’attività entrò in grave difficoltà.
Fra il 1862 e il 1863 Lloyd lasciò Londra e si trasferì ad Amburgo, dove le sue conoscenze vennero utilizzate per un grande acquario. In una lettera scritta anni dopo ricordò il 1863 come l’anno nel quale aveva perso tutto a causa della bancarotta.
Sarebbe però sbagliato considerare questo episodio la fine di Lloyd, fu infatti l’inizio di una seconda carriera.
Il commerciante che aveva venduto piccoli acquari ai londinesi possedeva ormai un’esperienza pratica rarissima nella costruzione delle vasche, nella circolazione dell’acqua, nel trasporto degli animali e nella gestione quotidiana di grandi quantità di organismi marini.
Queste competenze interessavano sempre meno il salotto privato e sempre più i grandi acquari pubblici che stavano comparendo in Europa.
Lloyd lavorò ad Amburgo, sarebbe tornato in Gran Bretagna per il grande acquario del Crystal Palace e avrebbe avuto rapporti con Anton Dohrn per gli impianti della futura Stazione Zoologica di Napoli. Quella moda che lo aveva quasi rovinato gli aveva lasciato una professione.
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La Francia: dall’acquario domestico all’allevamento
Nel 1864, a Parigi, Pierre Carbonnier pubblicò il Guide pratique du pisciculteur.
L’opera era dedicata soprattutto alla piscicoltura, ma nelle pagine finali compariva una sezione intitolata “Aquarium d’appartement”, titolo molto significativo.
L’acquario aveva ormai un posto riconosciuto dentro la casa, tanto da non richiedere più lunghe giustificazioni. Carbonnier lo descriveva come mezzo per osservare vegetazione, riproduzione, sviluppo e comportamento dei pesci.
Pochi mesi più tardi, nel 1865, l’editore parigino Jules Hetzel pubblicò Histoire d’un aquarium et de ses habitants di Ernest Van Bruyssel.
Van Bruyssel era belga, ma il libro appartiene pienamente alla cultura editoriale francofona dell’epoca. Era illustrato con disegni di Riou tratti da Léon Becker e comprendeva tavole a colori e il tono era diverso da quello dei primi manuali inglesi.
L’acquario era diventato abbastanza familiare da poter essere il protagonista di un racconto naturalistico. Non occorreva più convincere il lettore che fosse possibile conservare animali nell’acqua dietro un vetro: si poteva ormai raccontare la storia di ciò che accadeva dentro quel vetro.
Nel giro di dieci anni l’oggetto inventato dai naturalisti era entrato anche nella letteratura per il grande pubblico.
J. G. Wood racconta la festa quando è già finita
Nel 1868 John George Wood pubblicò The Fresh and Salt-Water Aquarium.
Il libro si apre con una riflessione che possiede il vantaggio della distanza. Wood aveva assistito alla moda e poteva ormai guardarla come un episodio concluso.
Scrisse che pochi anni prima una “complete aquarium mania” aveva attraversato il paese. Tutti sembravano dover avere una vasca, marina o d’acqua dolce, e i negozi dedicati esclusivamente agli acquari e ai loro abitanti si erano moltiplicati.
Poi descrive ciò che accadde: qualche vasca perdeva e scaricava acqua salata sui mobili; in altre moriva un animale che non veniva rimosso abbastanza rapidamente; molte persone scoprivano semplicemente di non avere né il tempo né la pazienza necessari. Wood stimava che la grande maggioranza degli acquari nati durante la moda fosse stata abbandonata.
Eppure nel 1868 stava pubblicando un libro di 182 pagine proprio sugli acquari e questa apparente contraddizione chiarisce bene la situazione: era scomparsa l’obbligatorietà sociale dell’acquario, la moda, non l’interesse per l’acquario.
1869: arriva un pesce dalla Cina
Fino a questo punto la storia dell’acquario europeo riguarda soprattutto animali che l’appassionato poteva incontrare nelle acque del proprio paese.
Il mare di Gosse era quello delle coste britanniche, Roßmäßler guardava a stagni, laghi e fiumi tedeschi, Lessona spiegava come costruire una vasca e popolarla con organismi accessibili al naturalista europeo.

Carbonnier 1870
Alla fine degli anni Sessanta accadde però qualcosa che modificò lentamente la natura stessa del passatempo. A Parigi Pierre Carbonnier ricevette alcuni esemplari di un piccolo pesce proveniente dalla Cina: il Macropodus opercularis, il pesce paradiso.
Non era un pesce scelto perché curioso dal punto di vista zoologico e destinato a rimanere per qualche settimana in una vasca, era anzi colorato, resistente, interessante nel comportamento e capace di riprodursi in acquario.
Carbonnier si dedicò con grande attenzione al suo allevamento. Nelle comunicazioni successive raccontò la costruzione del nido di bolle da parte del maschio, l’abbraccio riproduttivo, la deposizione delle uova e le cure rivolte alla prole. Nel novembre del 1869 disponeva già di circa trecento avannotti di età diverse e quel risultato rappresentò qualcosa di nuovo.
Per decenni l’acquariofilo aveva portato a casa un frammento dell’ambiente che conosceva, ora un animale proveniente dall’Asia poteva arrivare a Parigi, essere riprodotto e dare origine a nuove generazioni in cattività. Cominciava lentamente l’epoca del pesce ornamentale esotico.
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Pizzetta e un acquario ormai adulto

Nel 1872 Jules Pizzetta pubblicò a Parigi L’Aquarium d’eau douce, d’eau de mer.
Il sottotitolo elencava tutto ciò che il lettore poteva aspettarsi: scelta, forme, preparazione, popolamento, salubrità, approvvigionamento, piante e pesci.
Il volume contava 384 pagine. Confrontarlo con i piccoli manuali di quindici anni prima rende evidente anche lo sviluppo tecnico e teorico dell’acquariofilia.
L’acquario aveva accumulato una letteratura abbastanza vasta da richiedere trattazioni sempre più sistematiche. Si potevano confrontare diversi tipi di vasca, discutere specie, materiali e metodi di gestione e raccogliere esperienze provenienti da paesi differenti.
La Francia aveva cominciato a costruire una propria tradizione non limitandosi più semplicemente ad importare una moda inglese.
1876: Taylor e ciò che era sopravvissuto
Ventidue anni dopo Gosse, John Ellor Taylor pubblicò a Londra The Aquarium: Its Inhabitants, Structure & Management.
Erano 316 pagine dedicate ai principi dell’acquario, agli animali d’acqua dolce e marini, alla costruzione delle vasche e persino allo sviluppo dei grandi acquari pubblici. Nel frattempo erano passati sedici anni da quando Hibberd aveva dichiarato morta l’Aquarium Mania.
Se l’acquario fosse stato soltanto una moda vittoriana, un libro del genere nel 1876 avrebbe avuto poco senso. Era accaduto invece qualcosa di più normale e, alla lunga, più importante: passato l’entusiasmo iniziale, erano rimasti coloro che trovavano davvero interessante mantenere e osservare gli organismi acquatici.
Le tecniche erano migliorate, l’esperienza si era accumulata, gli errori degli anni Cinquanta erano diventati parte della conoscenza pratica.
E soprattutto si stava modificando ciò che si desiderava mettere dentro una vasca.
Gregory Climenson Bateman e l’acquario che diventa tecnica
Nel 1890 Gregory Climenson Bateman pubblicò a Londra Fresh-water Aquaria: Their Construction, Arrangement, and Management. Il titolo stesso racconta quanto fosse cambiato il mondo dell’acquario rispetto agli anni di Gosse e della grande moda vittoriana. Non si trattava più di stupire il lettore dimostrando che un piccolo ambiente acquatico poteva esistere dietro una lastra di vetro. Ora bisognava spiegare come costruirlo, come sistemarlo e soprattutto come mantenerlo.
Bateman affrontava l’acquario d’acqua dolce con un taglio decisamente pratico. Parlava delle vasche, delle piante più adatte, degli animali che potevano essere ospitati e dei modi per procurarseli e conservarli in buona salute. L’acquario era ormai diventato qualcosa che poteva essere gestito secondo un insieme di esperienze e di regole, non più soltanto una curiosità naturalistica da mostrare in un salotto.
La distanza dagli entusiasmi degli anni Cinquanta era evidente. La grande febbre dell’acquario vittoriano si era spenta, ma ciò che aveva lasciato dietro di sé era forse più importante della moda stessa. Esistevano ormai un pubblico, un commercio, una letteratura specializzata e una quantità crescente di conoscenze pratiche. Con Bateman l’acquario d’acqua dolce appare ormai sulla strada che lo avrebbe portato, nel secolo successivo, a diventare l’acquariofilia nel senso moderno del termine.
Quello che rimase dopo la mania
L’Aquarium Mania britannica fu sorprendentemente breve.
Il periodo di massima intensità occupò meno di un decennio. Gosse pubblicò The Aquarium nel 1854; nel 1860 Hibberd poteva già scrivere che la febbre era terminata.
Eppure misurare il fenomeno soltanto dalla sua durata sarebbe fuorviante. Prima degli anni Cinquanta esistevano esperimenti, naturalisti che mantenevano animali acquatici e alcune vasche straordinariamente riuscite. Mancava però una comunità abbastanza vasta da creare una letteratura, un commercio e un sapere condiviso.
Dopo quella stagione esistevano tutte e tre le cose. Lloyd aveva dimostrato che era possibile vivere professionalmente lavorando con acquari e organismi acquatici, anche se il suo primo tentativo commerciale era finito male. Hibberd e Wood avevano trasformato l’esperienza pratica in divulgazione. Humphreys aveva dato forma all’immaginario dei “giardini” sommersi. Butler ed Edwards avevano portato la nuova passione negli Stati Uniti. Roßmäßler l’aveva adattata alle condizioni dell’Europa continentale scegliendo decisamente l’acqua dolce. Lessona aveva presentato la nuova pratica al pubblico italiano. Van Bruyssel e Pizzetta testimoniavano la sua diffusione nel mondo francofono.
Nel frattempo la zoologia continuava a utilizzare organismi vivi per studi sempre più specialistici e i grandi acquari pubblici cominciavano a raccogliere l’eredità tecnica maturata nelle vasche domestiche.
Il cambiamento più importante, però, si intravede nella vasca parigina di Pierre Carbonnier: il Macropodus opercularis non proveniva dalla spiaggia visitata durante le vacanze né dallo stagno fuori città, veniva dalla Cina! E si riproduceva…
Da quel momento il problema non sarebbe stato più soltanto mantenere vivo ciò che si poteva raccogliere nelle acque vicine. Si apriva la possibilità di cercare specie lontane, trasportarle attraverso continenti e oceani, acclimatarle e moltiplicarle. La geografia dell’acquario stava per cambiare completamente.
Negli ultimi decenni dell’Ottocento sarebbero comparse associazioni di appassionati, riviste specializzate, importatori e allevatori. La Germania avrebbe assunto un ruolo centrale e nuovi pesci provenienti dall’Asia, dall’Africa e dalle Americhe avrebbero progressivamente sostituito nelle vasche domestiche gran parte della fauna raccolta nei fossi e sulle coste europee.
La prima generazione aveva imparato a conservare un piccolo ambiente acquatico mentre la successiva avrebbe imparato a far viaggiare e riprodurre i suoi abitanti.
Da qui comincia la terza parte della storia.
Continua – Parte III (in lavorazione)
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