Da “bestie” ad “animali”: quando una parola cambia il modo di guardare i pesci
Ci sono libri che non cambiano quasi per nulla, eppure raccontano benissimo il passare del tempo. Basta una copertina, una pagina interna, una parola spostata. Nel caso di queste due edizioni di Pesci d’acquario, pubblicate da Antonio Vallardi nella collana “I miei amici”, la trasformazione è minima e insieme enorme: nel 1955 i pesci d’acquario compaiono sotto il titolo “Le bestie”; nel 1966, undici anni dopo, entrano nella sezione “Gli animali”.


La fotografia di copertina è praticamente la stessa: due scalari sospesi in un acquario verde e luminoso, eleganti, quasi teatrali, con le pinne lunghe come veli. Cambia il colore della cornice editoriale — azzurra in un’edizione, rossa nell’altra — ma soprattutto cambia il linguaggio con cui il libro presenta il proprio piccolo universo. E in quella sostituzione, da “bestie” ad “animali”, si intravede un mutamento più profondo: non solo lessicale, ma culturale.
Nel volume del 1955 la collana “I miei amici” divide il proprio catalogo in due grandi famiglie: “Le bestie” e “I fiori”. Sotto “Le bestie” troviamo i gatti, i pesci d’acquario, i cani, gli uccelli da gabbia. Letta oggi, la parola “bestie” può suonare ruvida, quasi offensiva. Ma sarebbe ingiusto giudicarla solo con l’orecchio contemporaneo. In quell’uso c’è ancora un italiano più antico, più domestico e rurale, in cui “bestia” poteva indicare semplicemente l’animale non umano, la creatura viva accanto all’uomo: quella da allevare, curare, osservare, talvolta sfruttare, talvolta amare.
Eppure, proprio perché le parole non sono mai neutre, quel termine porta con sé un mondo. “Bestia” è una parola concreta, terragna, vicina alla stalla, al cortile, al lavoro agricolo, al possesso. Anche quando non è dispregiativa, resta una parola che mette una distanza: da una parte l’uomo, dall’altra le bestie. L’uomo guarda, classifica, addomestica. La bestia è ciò che vive con lui, ma sotto di lui.
Nel 1966 la stessa collana appare riorganizzata. La pagina interna non parla più di “Le bestie”, ma di “Gli animali”. E non è l’unico cambiamento. Il catalogo è più ricco, più ordinato, più moderno: anatre e oche, canarini, conigli, tartarughe, piccioni, polli, pesci rossi, piante d’acquario, giardini rocciosi, tappeti erbosi. La collana si presenta con una formula più ampia: “per chi ama gli animali e le piante”. Non più solo un elenco di manualetti pratici, ma un piccolo mondo affettivo, educativo, quasi familiare.
È qui che la parola “animali” fa la differenza. È più neutra, certo; più scientifica, più elegante. Ma è anche più inclusiva. “Animale” non cancella la distanza tra noi e loro, però la riduce. Non evoca il cortile o il bestiame: evoca la vita. Dove “bestia” può suggerire istinto, rozzezza, inferiorità, “animale” apre a una categoria più ampia, più rispettabile, più degna di osservazione. Nel passaggio dal 1955 al 1966, i pesci d’acquario non sono cambiati. È cambiato lo sguardo umano.
E i pesci, forse più di altri, rendono evidente questa trasformazione. Non sono animali da compagnia nel senso più tradizionale: non scodinzolano, non fanno le fusa, non rispondono al nome. Vivono dietro un vetro, in un paesaggio artificiale fatto di piante, ghiaia, luce, acqua filtrata. Eppure proprio l’acquario, negli anni del dopoguerra e del boom economico, diventa un oggetto domestico carico di fascino: un frammento di natura portato in casa, una finestra su un mondo silenzioso, colorato, ordinato.
Chiamarli “bestie” significa ancora inserirli in una lunga tradizione di dominio e gestione del vivente. Chiamarli “animali” significa invece avvicinarli a una sensibilità nuova: quella dell’appassionato, del dilettante colto, del bambino che impara, della famiglia che osserva. Non creature qualsiasi, ma “miei amici”, come promette la collana. Amici muti, certo, ma non per questo privi di presenza.
Questo piccolo dettaglio editoriale racconta anche la trasformazione dell’Italia. Il 1955 è ancora un anno vicino alla ricostruzione: un Paese che sta uscendo dalla scarsità, in cui la cultura pratica, domestica e popolare conserva parole robuste, poco levigate. Il 1966 appartiene già a un’altra stagione: l’Italia del consumo, della casa moderna, del tempo libero, dei manuali per coltivare passioni. Anche l’amore per animali e piante diventa parte di una nuova idea di benessere quotidiano.
Non è detto che nel 1966 si amassero davvero di più i pesci rispetto al 1955. Sarebbe una conclusione troppo facile. Ma è evidente che si cominciava a parlarne in modo diverso. E parlare diversamente delle cose è spesso il primo passo per vederle diversamente.
La bellezza di questi due volumi sta proprio qui: nella loro apparente modestia. Non sono manifesti filosofici, non sono trattati morali sul rapporto tra uomo e natura. Sono libretti pratici, economici, pensati per chi voleva tenere un acquario in casa. Eppure, messi uno accanto all’altro, diventano una piccola lezione di storia culturale. Mostrano come una società cambi non solo attraverso le grandi leggi, le grandi rivoluzioni, le grandi dichiarazioni, ma anche attraverso le parole comuni stampate su una pagina di catalogo.
Nel 1955: le bestie.

Nel 1966: gli animali.

Undici anni, una parola, un mondo che slitta leggermente. I pesci restano lì, sospesi nell’acqua verde della copertina, identici e inconsapevoli. Siamo noi, fuori dalla vasca, ad aver cambiato nome al loro silenzio.
