Il guppy: storia di un piccolo pesce che ha conquistato il mondo
Pochi pesci sono riusciti a lasciare nell’acquariofilia un’impronta paragonabile a quella del guppy. Per generazioni è stato uno dei primi pesci allevati dai principianti, spesso il primo viviparo a riprodursi nelle vasche domestiche e, altrettanto spesso, il primo animale attraverso il quale un giovane acquariofilo ha potuto osservare direttamente corteggiamento, gravidanza, nascita e crescita degli avannotti.

Proprio questa straordinaria familiarità ha finito però per rendergli quasi un cattivo servizio.
Il guppy viene talvolta considerato un pesce comune, semplice, quasi banale. Basta allontanarsi un poco dalle varietà commerciali e guardare alla sua storia per scoprire esattamente il contrario.
Dietro Poecilia reticulata si nascondono esploratori e naturalisti dell’Ottocento, collezioni museali, errori tassonomici durati decenni, un’importante parentesi italiana, esperimenti fondamentali di genetica ed evoluzione e, naturalmente, Robert John Lechmere Guppy, l’uomo il cui cognome sarebbe diventato per sempre quello del pesce.
E la prima sorpresa è proprio questa: Guppy non fu l’uomo che descrisse scientificamente per primo il guppy. Quando entrò nella storia di questo piccolo pesce, Poecilia reticulata possedeva già un nome scientifico da diversi anni.
Prima di Guppy: Julius Gollmer e i pesci di Caracas
Per cominciare la storia dobbiamo andare in Venezuela, nella metà dell’Ottocento.
Il 14 maggio 1856, il naturalista tedesco Julius Gollmer raccolse nel Rio Guayre, presso Caracas, una serie di piccoli pesci vivipari.
Non si tratta semplicemente di una data ricostruita in seguito attraverso documenti d’archivio. Parte di quel materiale arrivò effettivamente nelle collezioni zoologiche di Berlino e almeno uno degli esemplari raccolti quel giorno è stato conservato fino all’età moderna.
Più di un secolo e mezzo dopo è stato possibile ottenere persino materiale genetico da uno degli antichi esemplari attribuiti alla raccolta di Gollmer.
Sono testimonianze straordinarie, perché permettono di collegare fisicamente le moderne popolazioni di Poecilia reticulata agli animali che si trovavano sul tavolo degli zoologi ottocenteschi. Gollmer inviò a Berlino numerosi esemplari provenienti dal Rio Guayre. Le ricostruzioni successive indicano una raccolta di almeno una sessantina di pesci. Il materiale finì nelle mani di uno dei più importanti zoologi tedeschi dell’epoca: Wilhelm Carl Hartwig Peters.
1859: nasce Poecilia reticulata
Nel 1859, Peters pubblicò la descrizione di una nuova specie.
Il nome scelto fu: Poecilia reticulata Peters, 1859.
La località indicata era Caracas, nel Rio Guayre, e il raccoglitore Julius Gollmer. È questo il nome scientifico che, dopo numerose vicissitudini tassonomiche, utilizziamo ancora oggi.
La descrizione originale di Peters era sorprendentemente sintetica. Il pesce veniva descritto come verde-giallastro, con il ventre argenteo e con una sorta di reticolo scuro prodotto dai margini delle squame. È proprio da questo carattere che deriva il termine latino reticulata, cioè “reticolata”, ma qui compare uno degli aspetti più curiosi di tutta la storia.
La descrizione di Peters sembra essere stata basata essenzialmente su una femmina, lunga circa 39 millimetri. Tra il materiale raccolto da Gollmer erano presenti anche maschi, molto più piccoli e colorati. Peters apparentemente non comprese che quegli animali così diversi per dimensioni e aspetto appartenessero alla stessa specie. Oggi, conoscendo bene l’enorme dimorfismo sessuale del guppy, la cosa può sembrare sorprendente. Bisogna però guardare la vicenda con gli occhi di uno zoologo del 1859.
Le conoscenze sui Poeciliidae erano ancora limitate, le raccolte provenienti dal Sud America erano frammentarie e l’aspetto di un piccolo maschio colorato poteva essere talmente differente da quello di una grande femmina grigiastra da suggerire facilmente l’appartenenza a specie diverse. Peters aveva comunque compiuto l’atto decisivo. Il guppy aveva finalmente un nome scientifico valido ed era il 1859.
Robert John Lechmere Guppy sarebbe entrato nella storia soltanto sette anni dopo.
L’Italia entra nella storia: Filippo De Filippi e Lebistes
Due anni dopo la pubblicazione di Peters troviamo un episodio particolarmente interessante per la storia dell’acquariofilia italiana.
Nel 1861 lo zoologo Filippo De Filippi, professore all’Università di Torino, descrisse alcuni piccoli pesci vivipari provenienti dalle Indie Occidentali.
Per essi creò un nuovo genere: Lebistes e denominò la specie: Lebistes poecilioides.
La storia degli esemplari è curiosa.
Erano collegati a pesci raccolti vivi a Barbados e portati in Europa dal reverendo Ermenegildo Arnaboldi. De Filippi ne ricevette alcuni conservati in alcool e li utilizzò per la sua descrizione. Per moltissimo tempo Lebistes poecilioides venne associato al guppy. Il genere Lebistes ebbe anzi una fortuna eccezionale: per buona parte del Novecento il guppy venne indicato proprio come Lebistes, e ancora oggi molti acquariofili italiani delle generazioni precedenti utilizzano spontaneamente questa parola.
“Ho dei lebistes” significava semplicemente: “Ho dei guppy”.
Le revisioni tassonomiche moderne hanno però cambiato la nostra interpretazione della descrizione di De Filippi. Il numero dei raggi delle pinne, le proporzioni e altri caratteri riportati dall’autore italiano non sembrano corrispondere a Poecilia reticulata. Oggi Lebistes poecilioides viene generalmente considerato riferibile a Poecilia vivipara, non al guppy.
Gli esemplari originali sono andati perduti, quindi non possiamo più tornare materialmente sui pesci osservati da De Filippi. Tuttavia la documentazione disponibile rende poco corretto affermare semplicemente che “De Filippi descrisse nuovamente il guppy nel 1861”.
Rimane comunque un capitolo molto interessante. Il nome Lebistes, nato a Torino nel 1861, sarebbe rimasto legato al guppy per quasi un secolo.
Finalmente Guppy
Dobbiamo ora spostarci a Trinidad.
Qui viveva un personaggio che merita di essere conosciuto meglio, perché la sua figura è stata spesso raccontata in maniera inesatta.
Il suo nome completo era: Robert John Lechmere Guppy.

Nacque a Londra il 15 agosto 1836.
Suo padre, Robert Guppy, era un avvocato che aveva trascorso molti anni a Trinidad ed era stato anche sindaco di San Fernando.
Lechmere Guppy ricevette una formazione come ingegnere civile. Viaggiò da giovane in Australia, Tasmania e Nuova Zelanda e raggiunse successivamente la propria famiglia a Trinidad.
Lavorò inizialmente anche alla costruzione della Cipero Railway e intraprese poi una lunga carriera nell’amministrazione coloniale.
Nel 1868 venne nominato Chief Inspector of Schools, incarico che avrebbe mantenuto fino al pensionamento nel 1891.
Il “dottor Guppy” che probabilmente non è mai esistito
Su molti siti e in numerosi testi acquariofili Robert John Lechmere Guppy viene chiamato ancora oggi: Dr. Guppy.
In altre pubblicazioni, soprattutto più antiche, viene addirittura indicato come: Reverend Guppy.
Le fonti contemporanee raccontano però una storia differente. Nel necrologio pubblicato nel 1916 dal Geological Magazine viene chiamato semplicemente Mr. Guppy e viene esplicitamente ricordata la sua formazione come ingegnere civile. Anche nelle registrazioni della Geological Society of London compare come membro del servizio civile britannico e non come ecclesiastico. Non risultano, nelle fonti storiche più affidabili, né una laurea in medicina né una carriera religiosa che giustifichino le definizioni di “Doctor” o “Reverend” che si sono tramandate nella letteratura divulgativa.
Questo non diminuisce affatto la sua statura scientifica. Al contrario Guppy fu un naturalista estremamente attivo, con interessi che spaziavano dalla geologia alla paleontologia, dalla malacologia alla storia naturale delle Indie Occidentali. Fu presidente della Scientific Association of Trinidad, ebbe un ruolo importante nel Royal Victoria Institute e nel 1866 divenne Fellow della Geological Society of London.
Il necrologio del Geological Magazine gli attribuiva 51 lavori scientifici dedicati alla geologia e alla paleontologia, quindici dei quali pubblicati dalla stessa rivista tra il 1864 e il 1900, è quindi curioso che il grande pubblico lo ricordi quasi esclusivamente per un minuscolo pesce.
Nell’attività scientifica di Guppy, infatti, quel pesce rappresentò soltanto una piccola parentesi, ma fu sufficiente a rendere il suo cognome immortale.
1866: Girardinus guppii
Nel corso delle sue osservazioni naturalistiche a Trinidad, Guppy raccolse alcuni piccoli pesci d’acqua dolce. Secondo la tradizione storica trinidadiana, gli esemplari provenivano dal St. Ann’s River, nell’area di Port of Spain. Questa indicazione va però utilizzata con una certa prudenza, perché il materiale successivamente associato alla descrizione presenta una storia museale più complessa e comprende esemplari attribuiti anche ad altre provenienze.
Ciò che possiamo dire con certezza è che nel 1866 alcuni pesci raccolti da Guppy arrivarono a Londra ed entrarono nelle collezioni del British Museum. Qui vennero studiati da un altro grande nome dell’ittiologia ottocentesca: Albert Günther. Günther era nato in Germania ma aveva costruito gran parte della propria carriera scientifica in Gran Bretagna. Lavorava sulle immense collezioni zoologiche del British Museum e stava realizzando una delle opere più importanti dell’ittiologia del XIX secolo, il monumentale Catalogue of the Fishes in the British Museum. Gli esemplari di Trinidad gli sembrarono appartenere a una specie ancora sconosciuta.
Nel sesto volume del catalogo, pubblicato nel 1866, Günther descrisse quindi: Girardinus guppii.
Il nome specifico guppii era naturalmente un omaggio all’uomo che gli aveva fornito il materiale: Robert John Lechmere Guppy. Fu quello il momento nel quale la parola “Guppy” entrò nella nomenclatura zoologica.
British Museum, non ancora Natural History Museum
Qui vale la pena fare una piccola precisazione storica.
Nei racconti moderni si legge spesso che Guppy inviò i suoi pesci al “Natural History Museum di Londra”. È comprensibile, perché le antiche collezioni zoologiche del British Museum si trovano oggi proprio nel Natural History Museum. Nel 1866, però, il grande edificio di South Kensington che conosciamo oggi non esisteva ancora, avrebbe aperto soltanto nel 1881.
Quando Günther studiò i pesci inviati da Guppy, lavorava quindi nelle collezioni del British Museum. È un dettaglio, naturalmente, ma nella ricostruzione storica vale la pena mantenerlo.
Lo stesso pesce con due nomi
Günther non si era accorto che quel piccolo viviparo era già stato descritto. Sette anni prima, a Berlino, Peters aveva chiamato lo stesso pesce: Poecilia reticulata.
Ora Günther lo chiamava: Girardinus guppii. Non era un evento particolarmente raro nell’Ottocento.
Le comunicazioni scientifiche erano lente, le pubblicazioni difficili da reperire, le collezioni distribuite fra musei di paesi differenti e l’accesso alla bibliografia non aveva naturalmente nulla a che vedere con ciò a cui siamo abituati oggi.
La stessa specie poteva quindi essere raccolta in due zone differenti, arrivare in due musei diversi ed essere descritta con due nomi senza che i ricercatori coinvolti fossero consapevoli del lavoro dell’altro. Con il tempo ci si rese conto che Poecilia reticulata e Girardinus guppii erano lo stesso animale.
A quel punto entrarono in gioco le regole della nomenclatura zoologica.
Peters vince la nomenclatura, Guppy conquista il mondo
Il principio è abbastanza semplice: quando due nomi scientifici si riferiscono alla stessa specie, salvo particolari eccezioni viene generalmente considerato valido il nome pubblicato per primo. Peters aveva descritto Poecilia reticulata nel 1859, Günther Girardinus guppii nel 1866. Il nome di Peters aveva quindi la priorità.
Dal punto di vista della nomenclatura scientifica, guppii era destinato a diventare un sinonimo junior, eppure sarebbe successo qualcosa di curioso.
Günther avrebbe perso la battaglia scientifica del nome, ma Guppy avrebbe vinto quella del linguaggio comune. Il termine guppy era corto, semplice e facile da ricordare e cominciò a diffondersi tra allevatori e acquariofili e sopravvisse tranquillamente alla scomparsa di Girardinus guppii come nome scientifico valido.
Oggi praticamente tutto il mondo conosce Poecilia reticulata come: guppy.
È uno dei rari casi nei quali un nome scientifico non più valido ha lasciato un’eredità popolare infinitamente più forte del nome che lo ha sostituito.
Da Poecilia a Lebistes e di nuovo a Poecilia
La storia tassonomica del guppy, però, non era ancora terminata. Nel corso dei decenni la specie venne spostata fra generi e sottogeneri differenti.
Nel 1913, Charles Tate Regan utilizzò per il guppy il nome: Lebistes reticulatus. Quel nome sarebbe diventato estremamente comune.
Per decenni, tanto nella letteratura scientifica quanto in quella acquariofila, il nostro pesce venne conosciuto proprio come Lebistes reticulatus.
È questa la ragione per cui la parola lebistes è rimasta così profondamente radicata anche nel linguaggio degli acquariofili italiani.
Nel 1963, con l’importante revisione dei Poeciliidae realizzata da Donn Eric Rosen e Reeve Maclaren Bailey, il guppy venne nuovamente ricondotto al genere Poecilia.
Il nome tornò quindi ad essere: Poecilia reticulata Peters, 1859 ed è quello utilizzato ancora oggi.
Il guppy selvatico è molto diverso da quello dei negozi
Chi conosce il guppy soltanto attraverso le varietà selezionate potrebbe rimanere sorpreso osservando una popolazione naturale.
I grandi maschi con code enormi, perfettamente triangolari, pinne dorsali sviluppate e colorazioni uniformi sono il risultato di generazioni di selezione artificiale.
In natura i maschi sono generalmente molto più piccoli e agili, possiedono però una varietà cromatica straordinaria, macchie arancioni, nere, gialle e iridescenze verdi, azzurre o metalliche possono combinarsi in maniera differente da individuo a individuo.
Due maschi appartenenti alla stessa popolazione possono presentare disegni molto diversi. La femmina appare invece decisamente più sobria, è più grande, con corpo generalmente grigiastro o olivastro, priva delle appariscenti decorazioni del maschio. Il dimorfismo sessuale è quindi enorme.
Ed è proprio questa differenza ad aver probabilmente contribuito all’equivoco di Peters nella metà dell’Ottocento.
Un viviparo straordinariamente efficiente
Anche la sua biologia riproduttiva aiuta a capire perché il guppy sia riuscito a diventare uno dei pesci più diffusi del pianeta.
La fecondazione è interna. Il maschio possiede il caratteristico gonopodio, derivato dalla trasformazione dei raggi della pinna anale, attraverso il quale trasferisce lo sperma alla femmina. Dopo la gestazione, la femmina dà alla luce piccoli già perfettamente formati, capaci immediatamente di nuotare e di alimentarsi.
Ma esiste un’altra caratteristica ancora più interessante: le femmine possono conservare spermatozoi vitali per lunghi periodi.
Una femmina precedentemente fecondata può quindi produrre più nidiate senza entrare nuovamente in contatto con un maschio. Dal punto di vista della colonizzazione di nuovi ambienti è un vantaggio enorme. Una sola femmina trasportata accidentalmente o liberata in un nuovo habitat può potenzialmente dare origine a numerosi discendenti. Questa caratteristica ha avuto un ruolo anche nella capacità del guppy di stabilire popolazioni lontanissime dalla propria area d’origine.
Qual è davvero l’areale naturale?
Definire oggi con assoluta precisione l’areale originario del guppy è meno semplice di quanto potrebbe sembrare.
La specie è stata trasportata dall’uomo per così tanto tempo che alcune popolazioni considerate in passato naturali potrebbero derivare in realtà da antiche introduzioni.
Il nucleo dell’areale originario si trova comunque nella parte nordorientale del Sud America e a Trinidad e Tobago.
Comprende bacini costieri settentrionali del continente sudamericano, con popolazioni storicamente documentate nell’area venezuelana e nelle regioni limitrofe.
Per alcune aree più periferiche la distinzione fra presenza originaria e introduzione antica rimane discussa.
È quindi più prudente parlare di un’area naturale centrata sul nord-est del Sud America e sulle isole di Trinidad e Tobago, evitando di presentare confini troppo rigidi.
Il guppy arriva negli acquari europei
La storia scientifica aveva ormai mezzo secolo quando il guppy iniziò realmente la propria carriera acquariofila europea. Una moderna ricostruzione storica indica nel 1908 la prima importazione conosciuta di guppy vivi destinati all’acquariofilia europea.
Ad effettuarla sarebbe stata l’impresa tedesca di Carl Siggelkow, ad Amburgo. Oggi l’importazione di pesci tropicali può sembrare relativamente normale, ma all’inizio del Novecento era un’impresa completamente diversa.
I pesci viaggiavano per settimane, le possibilità di controllo della temperatura erano rudimentali e la mortalità durante il trasporto poteva essere enorme; il fatto che i guppy riuscissero a sopravvivere, acclimatarsi e soprattutto riprodursi rapidamente rappresentò un vantaggio determinante.
E qui nacque uno dei loro soprannomi più famosi: Il “pesce milione”
Gli acquariofili tedeschi rimasero impressionati dalla straordinaria prolificità del nuovo viviparo. Il guppy iniziò a essere chiamato: Millionenfisch.
Letteralmente: “pesce milione”.
Era un nome perfetto. Da poche coppie potevano nascere rapidamente decine e poi centinaia di individui. Un altro appellativo utilizzato in quegli anni fu quello di “missionary fish”, il pesce missionario, perché sembrava avere la capacità di “convertire” nuovi appassionati all’acquariofilia.
Il guppy possedeva infatti quasi tutto ciò che serviva a un pesce per conquistare le case europee: era piccolo, era colorato, era relativamente resistente, non richiedeva enormi acquari e soprattutto si riproduceva davanti agli occhi dell’acquariofilo.
Per una generazione che aveva a disposizione pochissime immagini naturalistiche e nessun documentario televisivo, assistere alla nascita di piccoli pesci vivi nel proprio acquario doveva essere qualcosa di straordinario.
Quando l’uomo cominciò a ridisegnare il guppy
Il guppy selvatico possedeva inoltre una caratteristica irresistibile per gli allevatori:
una variabilità enorme.

I maschi erano differenti l’uno dall’altro, alcuni avevano più rosso, altri più nero, altri ancora presentavano iridescenze particolarmente evidenti.
Le forme delle pinne variavano.
Le macchie potevano apparire, scomparire o cambiare forma nelle generazioni successive.
Era inevitabile che gli allevatori iniziassero a selezionare gli individui più interessanti.
Generazione dopo generazione, ciò che inizialmente era soltanto una variazione naturale cominciò a trasformarsi in caratteri fissati dall’uomo.
(immagine a sx elaborata con AI)
Comparvero code sempre più ampie, colorazioni sempre più uniformi, disegni riconoscibili, linee mantenute separatamente.
Il piccolo guppy selvatico delle acque sudamericane stava lentamente diventando uno dei pesci ornamentali più selezionati della storia.
Nel corso del Novecento nacquero innumerevoli varietà.
- Delta.
- Spada superiore e inferiore.
- Doppia spada.
- Lyretail.
- Roundtail.
- Veiltail.
- Tuxedo.
- Mosaic.
- Grass.
- Snakeskin.
- Albino.
- Metallici.
E molte altre ancora.
Il guppy domestico moderno è quindi, almeno in parte, una creazione dell’uomo.
Confrontare un maschio selvatico con un moderno guppy da concorso significa quasi osservare due mondi differenti.
Il guppy entra nei laboratori di genetica
La straordinaria variabilità del guppy non attirò soltanto gli allevatori ma anche i genetisti.
Uno dei protagonisti fondamentali di questa storia fu il biologo danese Øjvind Winge che a partire dal 1922, pubblicò una serie di studi che utilizzavano il guppy per comprendere i meccanismi dell’ereditarietà e, in particolare, il rapporto fra caratteri cromatici e cromosomi sessuali.
Nel 1923 studiò il crossing-over tra cromosomi X e Y.
Nel 1927 pubblicò un celebre lavoro sulla localizzazione di diciotto geni nel guppy, allora indicato come Lebistes reticulatus.
Questi studi contribuirono a fare del guppy uno degli organismi modello per lo studio della genetica dei vertebrati.
Il piccolo pesce che gli acquariofili allevavano perché colorato e prolifico stava aiutando gli scienziati a comprendere alcuni dei meccanismi fondamentali dell’ereditarietà.
Trinidad diventa un laboratorio naturale dell’evoluzione
Ma la parte forse più affascinante della storia scientifica del guppy sarebbe arrivata alcuni decenni dopo.
I torrenti di Trinidad presentano una caratteristica particolare: cascate e altri ostacoli naturali possono separare popolazioni di guppy che vivono a poca distanza l’una dall’altra ma sono sottoposte a condizioni ecologiche molto differenti. In alcuni tratti sono presenti numerosi predatori, in altri, soprattutto a monte di determinate cascate, i grandi predatori dei guppy possono essere molto meno numerosi o del tutto assenti.
Questa situazione crea una sorta di gigantesco esperimento naturale.
Quando la predazione è intensa, essere un maschio molto colorato può avere un costo.
Un animale appariscente può risultare più facilmente individuabile non soltanto dalle femmine, ma anche dai predatori.
Dove la pressione predatoria diminuisce, la situazione cambia.
La selezione sessuale può favorire maggiormente maschi visibili e colorati.
Negli anni Settanta e Ottanta questi sistemi vennero studiati in maniera magistrale da ricercatori come John Endler.
Gli esperimenti dimostrarono che, modificando la pressione esercitata dai predatori, la colorazione delle popolazioni di guppy poteva cambiare nel corso delle generazioni.
Era possibile osservare l’evoluzione non soltanto come qualcosa avvenuto milioni di anni prima, ma come un processo misurabile nel presente.
Non cambia soltanto il colore
Successivamente altri ricercatori, fra i quali David Reznick, mostrarono che le differenze fra popolazioni sottoposte a diversi regimi di predazione riguardavano molto più del colore.
Potevano cambiare: l’età alla maturità sessuale, le dimensioni alla maturità, il numero degli avannotti, le dimensioni dei piccoli, lo sforzo riproduttivo, la frequenza delle riproduzioni.
Popolazioni trasferite sperimentalmente in ambienti con diversa pressione predatoria potevano mostrare cambiamenti misurabili nel corso di relativamente poche generazioni.
Il guppy divenne quindi uno degli esempi più importanti utilizzati nello studio dell’evoluzione contemporanea.
Ancora oggi Poecilia reticulata viene impiegata in ricerche su genetica, comportamento, selezione sessuale, ecologia, invecchiamento, cognizione e storia vitale.
Un curriculum scientifico notevole per quello che molti continuano a considerare soltanto “il pesciolino facile per principianti”.
Dal “pesce milione” a cittadino del mondo
La stessa capacità di adattamento che aveva reso il guppy un ottimo pesce d’acquario contribuì però anche a una storia più problematica.
Durante il Novecento Poecilia reticulata venne introdotto deliberatamente in moltissime regioni del mondo.
Uno degli scopi principali era il controllo delle zanzare.
L’idea era semplice: il guppy mangia piccoli organismi acquatici e può predare anche larve di zanzara. Introducendolo in stagni, canali, cisterne e altri ambienti si pensava quindi di ridurre le popolazioni di insetti vettori di malattie. A queste introduzioni deliberate si aggiunsero naturalmente fughe e liberazioni di pesci provenienti dall’acquariofilia e il risultato è stato impressionante.
Oggi il guppy è presente ben oltre la propria area naturale ed è stato introdotto in numerose regioni tropicali e subtropicali del pianeta.
In alcuni casi riesce a sopravvivere persino in paesi dal clima temperato sfruttando sorgenti termali, scarichi di acqua calda o altri ambienti artificialmente riscaldati.
Il problema delle introduzioni
Per molti anni l’utilizzo dei guppy contro le zanzare venne raccontato quasi esclusivamente come una storia di successo.
La ricerca moderna suggerisce però maggiore cautela. Le prove scientifiche dell’effettiva efficacia del guppy nel controllo delle zanzare, soprattutto su larga scala, non sono sempre convincenti.
Al contrario, esiste un rischio concreto legato all’introduzione di un piccolo pesce estremamente adattabile in ecosistemi nei quali non era originariamente presente.
I guppy possono competere con specie autoctone, predare piccoli organismi acquatici e modificare le reti alimentari.
È una lezione importante anche per l’acquariofilia moderna.
Un pesce molto comune nei nostri acquari non diventa automaticamente innocuo quando viene liberato in natura.
Nessun animale allevato in acquario dovrebbe essere rilasciato in un ambiente naturale.
Robert John Lechmere Guppy: l’uomo rimasto dentro un nome
Robert John Lechmere Guppy morì a Trinidad il 5 agosto 1916, appena dieci giorni prima del suo ottantesimo compleanno.
I necrologi scientifici dell’epoca lo ricordarono soprattutto come geologo, paleontologo e naturalista delle Indie Occidentali ed è probabilmente questo l’aspetto più curioso dell’intera storia.
Il pesce che avrebbe reso famoso il suo cognome in tutto il mondo occupava una posizione marginale nella sua produzione scientifica.
Guppy non era un ittiologo specializzato, ne dedicò la propria vita allo studio dei Poeciliidae. Non fu lui a realizzare la prima descrizione della specie e non fu nemmeno lui a darle il nome guppii. Si limitò invece a raccogliere semplicemente alcuni pesci e li inviò a uno zoologo capace di studiarli.
Albert Günther decise di dedicargli quella che credeva essere una nuova specie.
La specie si rivelò non essere nuova.
Il nome scientifico Girardinus guppii scomparve.
Ma la parola guppy rimase.
È difficile immaginare una forma di immortalità scientifica più imprevedibile.
Gli uomini dietro il guppy
Volendo riassumere la prima parte della storia, incontriamo almeno quattro protagonisti principali.
Julius Gollmer, che nel 1856 raccolse nel Rio Guayre gli esemplari destinati alla prima descrizione.
Wilhelm Peters, che nel 1859 descrisse scientificamente Poecilia reticulata.
Robert John Lechmere Guppy, che alcuni anni dopo raccolse a Trinidad altri esemplari dello stesso pesce e li inviò in Gran Bretagna.
Albert Günther, che nel 1866 credette di trovarsi davanti a una nuova specie e la chiamò Girardinus guppii in onore di Guppy.
A questi possiamo aggiungere Filippo De Filippi, protagonista della complessa storia di Lebistes, e più tardi studiosi come Regan, Winge, Rosen, Bailey, Endler e Reznick, ognuno dei quali avrebbe aggiunto un nuovo capitolo alla conoscenza di questo piccolo pesce.
Oggi è possivile godere della vista di meravigliosi esemplari o dedicarsi alla selenzione. E’ anche possivile aderire a progetti come il nascente Specie in custoda del Club Ittiologico Romano per preservare i ceppi originali
