Storia dell’acquariofilia – Parte I
Nel 1854 comparve nelle librerie inglesi un volume dal titolo destinato a diventare familiare a generazioni di naturalisti e appassionati: The Aquarium: An Unveiling of the Wonders of the Deep Sea.

L’autore era Philip Henry Gosse, naturalista inglese allora quarantaquattrenne. Il libro uscì a Londra per l’editore John Van Voorst e conteneva osservazioni, racconti di missioni esplorative lungo la costa del Devonshire, indicazioni pratiche per mantenere organismi marini e splendide tavole a colori. Oggi viene ricordato come una delle opere fondamentali della storia dell’acquariofilia.
Anche il titolo merita attenzione: la parola aquarium esisteva già, ma non aveva ancora assunto stabilmente il significato che le attribuiamo oggi. Per indicare i recipienti nei quali venivano mantenuti organismi acquatici circolavano espressioni come aquatic vivarium e aqua-vivarium. Gosse giudicò questi nomi poco soddisfacenti e propose di utilizzare semplicemente Aquarium, termine già impiegato in botanica. Da allora quella parola avrebbe avuto una fortuna straordinaria.
È quindi comodo scegliere il 1854 come punto di partenza. Non perché prima di Gosse non esistessero vasche con animali e piante acquatiche, e nemmeno perché egli possa essere considerato, in senso stretto, l’inventore dell’acquario. Quando pubblicò il suo libro, molti degli elementi necessari erano già presenti.
Per capire da dove provenissero bisogna tornare indietro di quasi ottant’anni e, almeno all’inizio, dimenticare completamente pesci, vetri e acqua marina.
Molto prima di Gosse, alcuni esperimenti avevano già posto le basi scientifiche dell’acquario.
Tavola “Star Fishes” da The Aquarium di Philip Henry Gosse, 1854.
Priestley e il mistero dell’aria respirabile
Nel Settecento la composizione dell’atmosfera era ancora un campo pieno di interrogativi. Si sapeva bene, per esperienza, che un animale rinchiuso in un recipiente non poteva sopravvivere indefinitamente e che una candela accesa sotto una campana di vetro finiva per spegnersi. Non era invece chiaro quale trasformazione avesse subito l’aria.
Joseph Priestley, teologo, filosofo naturale e sperimentatore instancabile, affrontò il problema nei primi anni Settanta del secolo.
Nel 1771 osservò che l’aria nella quale una candela aveva bruciato non era più adatta alla combustione. Provò allora a introdurvi una pianta di menta e lasciò trascorrere alcuni giorni. Quando ripeté l’esperimento, scoprì che l’aria aveva recuperato almeno in parte la capacità di sostenere la fiamma. Esperienze successive con piccoli animali confermarono che la presenza delle piante poteva modificare un’atmosfera precedentemente resa inadatta alla respirazione.
Priestley interpretava ancora questi fenomeni secondo la chimica della propria epoca e non disponeva del concetto moderno di fotosintesi. Il risultato sperimentale, tuttavia, era evidente: piante e animali non agivano sull’ambiente nello stesso modo.
Quella constatazione, che oggi appartiene alle nozioni elementari di biologia, avrebbe avuto conseguenze enormi.
Una vasca d’acqua contenente un animale è infatti un ambiente limitato. Se l’animale respira e consuma ossigeno, prima o poi le condizioni cambiano. L’idea che un vegetale potesse intervenire in senso opposto era precisamente ciò che, molti decenni più tardi, avrebbe consentito ai primi sperimentatori di immaginare un recipiente capace di mantenersi per periodi molto più lunghi.
Priestley, naturalmente, non stava pensando a un acquario, ma solo cercando di comprendere l’aria e il passo successivo sarebbe arrivato molto presto.
Jan Ingenhousz e il ruolo della luce
Gli esperimenti di Priestley lasciavano aperto un problema: le piante sembravano migliorare l’aria, ma il fenomeno non si produceva sempre allo stesso modo.
A studiarlo fu Jan Ingenhousz, medico e naturalista olandese.
Ingenhousz sottopose le piante a condizioni differenti e osservò attentamente ciò che accadeva quando erano esposte alla luce o tenute nell’oscurità. Lavorò anche con vegetali immersi nell’acqua, dove la formazione di bollicine rendeva il fenomeno particolarmente evidente.
Nel 1779 pubblicò Experiments upon Vegetables. I suoi risultati precisavano in maniera decisiva quanto Priestley aveva osservato pochi anni prima: la capacità delle piante di rendere l’aria più adatta alla respirazione era legata alla luce e alle parti verdi del vegetale. Al buio il comportamento cambiava.
È difficile sopravvalutare l’importanza di questa scoperta per la futura acquariofilia.
La luce non era semplicemente ciò che permetteva all’osservatore di vedere gli animali attraverso il vetro. Interveniva direttamente nel funzionamento biologico dell’ambiente.
Gli acquariofili dell’Ottocento non conoscevano naturalmente tutti i meccanismi che oggi associamo alla fotosintesi. Avevano però cominciato a capire che un recipiente contenente animali e vegetali reagiva in modo diverso a seconda dell’illuminazione e che una pianta non era soltanto una decorazione.
Lavoisier, Senebier e de Saussure
Quasi contemporaneamente alle esperienze di Ingenhousz, Antoine-Laurent de Lavoisier stava modificando radicalmente il modo di interpretare combustione e respirazione.
Il riconoscimento del ruolo dell’ossigeno permise di abbandonare progressivamente le spiegazioni basate sul flogisto. La respirazione animale poteva ora essere descritta come un vero processo chimico: l’ossigeno veniva consumato e veniva prodotta anidride carbonica.
Per la storia che ci interessa, il significato è evidente. Ciò che Priestley aveva descritto come deterioramento e successivo ripristino dell’aria cominciava a essere tradotto in termini di sostanze precise.
Il quadro fu ulteriormente chiarito dal ginevrino Jean Senebier. Negli anni Ottanta del Settecento dimostrò che le parti verdi delle piante, quando illuminate, utilizzavano l’anidride carbonica. All’inizio del secolo successivo Nicolas-Théodore de Saussure, con le Recherches chimiques sur la végétation del 1804, mostrò anche l’importanza dell’acqua e diede un carattere più quantitativo allo studio della nutrizione vegetale.
Alla fine di questo percorso, ancora incompleto sotto molti aspetti, era emersa una relazione che sarebbe diventata familiare ai naturalisti dell’Ottocento: la vita animale e quella vegetale erano legate attraverso scambi continui con l’ambiente.
Il principio dell’acquario “equilibrato” non era ancora stato formulato, ma le sue basi scientifiche stavano prendendo forma.
A quel punto serviva qualcosa che appare molto più banale: un recipiente adatto a contenere un piccolo ambiente vivente e, nello stesso tempo, a renderlo osservabile.
Nathaniel Bagshaw Ward e la natura dietro il vetro
Nathaniel Bagshaw Ward era un medico londinese appassionato di botanica. Viveva nell’East End durante gli anni in cui il fumo delle industrie e delle abitazioni rendeva l’atmosfera della città poco favorevole alle piante più delicate.
Nel 1829 si accorse che all’interno di un recipiente di vetro contenente terra umida, preparato originariamente per osservare una crisalide, erano germogliate alcune felci che lasciò crescere.
All’interno si era instaurato un semplice ciclo dell’acqua: evaporazione dal terreno, condensazione sulle pareti e ricaduta delle goccioline. Le piante erano inoltre protette dall’atmosfera inquinata di Londra.
Ward cominciò a costruire contenitori sempre più grandi e perfezionati. Le strutture che ne derivarono divennero note come Wardian cases, casse di Ward. Nel 1842 pubblicò i risultati delle proprie esperienze in On the Growth of Plants in Closely Glazed Cases.
La loro importanza per la botanica fu enorme. Le casse permettevano di trasportare piante vive per mare su distanze che fino ad allora avevano provocato perdite altissime.
Per la storia dell’acquario conta però anche l’aspetto culturale.
La cassa di Ward rese infatti familiare al pubblico vittoriano l’immagine di un piccolo ambiente vivente racchiuso nel vetro. Non si trattava più soltanto di osservare una pianta coltivata in un vaso. All’interno del contenitore si vedevano terreno, umidità, vegetazione e condensazione: un minuscolo paesaggio.

In seguito i salotti britannici si sarebbero riempiti di queste serre in miniatura. Passare dalle felci agli organismi acquatici non era così strano come potrebbe sembrare.
Mentre Ward lavorava a Londra, però, nel Mediterraneo una donna aveva già cominciato a utilizzare recipienti e gabbie per osservare animali marini vivi.
Jeanne Villepreux-Power e gli argonauti di Messina
Jeanne Villepreux-Power occupa un posto particolare in questa storia.
Nata in Francia nel 1794, si trasferì in Sicilia dopo il matrimonio con James Power e visse a lungo a Messina. Qui sviluppò un forte interesse per la storia naturale dell’isola e soprattutto per gli organismi marini.

Fra questi la incuriosì in modo particolare Argonauta argo.
La femmina di questo cefalopode vive associata a una struttura calcarea sottile, bianca e delicata, che ricorda una conchiglia. All’epoca si discuteva ancora sulla sua origine. L’animale la produceva personalmente oppure occupava una struttura trovata nell’ambiente?
Gli esemplari conservati nelle collezioni non potevano fornire una risposta convincente. Villepreux-Power decise quindi di studiare gli argonauti vivi.
A partire dal 1832 utilizzò diversi tipi di strutture: recipienti di vetro per le osservazioni al coperto, contenitori protetti da immergere in mare e grandi gabbie ancorate sui fondali. Alcune erano dotate di aperture attraverso le quali poteva seguire il comportamento degli animali senza avvicinarsi troppo. Le sue cages à la Power furono conosciute negli ambienti scientifici europei già negli anni Trenta.
In una serie di esperimenti danneggiò deliberatamente la struttura calcarea degli argonauti e poté assistere al processo di riparazione. Quelle osservazioni contribuirono in maniera determinante alla dimostrazione che la femmina dell’argonauta produce la propria conchiglia.
Ciò che interessa qui non è soltanto il risultato zoologico, ma il nuovo metodo.
Villepreux-Power aveva bisogno che l’animale continuasse a comportarsi normalmente dopo la cattura. Il recipiente diventava quindi una parte dell’esperimento, non un semplice contenitore temporaneo. Un animale morto poteva essere misurato, disegnato e dissezionato; uno vivo mostrava invece azioni, reazioni e capacità impossibili da ricostruire osservando una conchiglia conservata in un museo.
Le strutture ideate a Messina erano ancora molto lontane dall’acquario domestico che sarebbe diventato popolare vent’anni dopo, le vasche in vetro erano utilizzate solo per brevi periodi, gli animali venivano mantenuti in mare. Tuttavia l’uso sistematico di contenitori trasparenti per seguire la vita degli organismi acquatici rappresenta uno dei passaggi più interessanti della preistoria acquariofila.
George Johnston e un mare in sei once d’acqua (0.17 litri)
Nel 1842 il naturalista scozzese George Johnston pubblicò A History of British Sponges and Lithophytes. Il libro riguardava principalmente organismi che allora ponevano ancora problemi di classificazione, e proprio durante una riflessione sulla natura vegetale delle coralline Johnston inserì una breve nota che, letta oggi, assume un’importanza particolare.
Aveva posto in un piccolo vaso di vetro circa sei once di acqua marina e un ciuffo vivo di Corallina officinalis. Alla corallina erano associate alcune piccole alghe e una giovane Ulva. Fra i suoi rami si trovavano inoltre diversi animali: piccoli gasteropodi del genere Rissoa, giovani mitili, anellidi e una stella marina.
Johnston lasciò il recipiente su un tavolo, intervenendo pochissimo.
Dopo quattro settimane l’acqua era ancora limpida e gli animali risultavano vivi e attivi. Le alghe erano cresciute e la stessa corallina aveva prodotto nuovi getti. L’osservazione proseguì complessivamente per circa otto settimane.
L’esperimento era nato per uno scopo diverso. Johnston cercava una conferma della natura vegetale delle coralline e non stava progettando un nuovo passatempo domestico. Eppure, quasi incidentalmente, aveva ottenuto qualcosa che assomigliava in maniera sorprendente a un piccolo acquario marino equilibrato.
La quantità d’acqua rende il risultato ancora più significativo. Non si trattava di una grande vasca nella quale il volume potesse compensare per qualche tempo l’attività degli animali, ma di un minuscolo recipiente. La presenza delle alghe e l’esposizione alla luce permettevano evidentemente di mantenere condizioni sufficienti alla sopravvivenza degli organismi molto più a lungo di quanto ci si sarebbe potuti aspettare.
Johnston aveva portato nell’acqua marina ciò che gli esperimenti di Priestley e Ingenhousz avevano mostrato nell’aria: un vegetale illuminato poteva contribuire a compensare gli effetti della respirazione animale.
La nota non passò inosservata.
Dodici anni più tardi, ricostruendo le origini dell’acquario nel primo capitolo di The Aquarium, Philip Henry Gosse la riportò estesamente e formulò un giudizio molto netto: a suo parere, proprio a George Johnston doveva essere attribuito l’onore di avere realizzato per primo questo risultato.
È una testimonianza particolarmente importante perché viene dallo stesso uomo che avrebbe reso l’acquario famoso presso il grande pubblico.
Johnston non costruì una vasca ornamentale e non cercò di diffondere la pratica. Il suo piccolo recipiente rimase un episodio all’interno di un lavoro zoologico molto più ampio. Ma nel 1842, in quelle poche once di acqua di mare, erano già presenti gli elementi essenziali che pochi anni dopo sarebbero stati studiati sistematicamente da Robert Warington: acqua marina, luce, vegetali e animali mantenuti insieme senza un continuo ricambio dell’acqua.
Il passo successivo sarebbe stato capire fino a che punto quel risultato potesse essere controllato e riprodotto.
Guarda il mio approfondimento su Johnston
John Graham Dalyell, naturalista paziente
La necessità di osservare animali vivi era ben presente anche nel lavoro dello scozzese John Graham Dalyell.
Avvocato, antiquario e naturalista, Dalyell dedicò moltissimo tempo agli organismi marini delle coste scozzesi. Non privilegiava necessariamente gli animali più appariscenti. Idrozoi, vermi, planarie e attinie offrivano a un osservatore paziente una quantità sorprendente di fenomeni da studiare.
La parola importante è proprio paziente.
Dalyell non si limitava a raccogliere un organismo, descriverlo e conservarlo. Molti esemplari rimanevano sotto osservazione per anni.
Tra il 1847 e il 1848 pubblicò i due volumi di Rare and Remarkable Animals of Scotland, Represented from Living Subjects. Quel from living subjects nel titolo racconta bene il suo modo di lavorare.
Uno dei suoi animali sarebbe diventato particolarmente famoso. Nel 1828 Dalyell raccolse a North Berwick un esemplare di Actinia equina, allora indicato con un altro nome scientifico. L’anemone visse con lui per più di vent’anni. Dopo la morte del naturalista, nel 1851, passò nelle mani di altri studiosi e infine al Royal Botanic Garden di Edimburgo.
Morì nel 1887.
Era diventato noto come Granny e la sua età fu stimata in circa sessantasei anni. Durante la lunga permanenza in cattività produsse anche numerosi giovani. Una nota dell’epoca ricorda che Dalyell lo aveva trasferito dalla costa di North Berwick alla propria abitazione già nel 1828.
Sessant’anni di vita in cattività sono sorprendenti ancora oggi; lo sono molto di più se si pensa alle condizioni tecniche dell’Ottocento.
Dalyell non disponeva di aeratori elettrici, refrigeratori, filtri biologici, pompe di movimento o strumenti per misurare la chimica dell’acqua. L’osservazione quotidiana, l’esperienza e una gestione estremamente attenta erano quasi tutto ciò che aveva.
Con lui compare un aspetto dell’acquariofilia che spesso viene trascurato quando se ne raccontano le origini. L’interesse non risiedeva soltanto nel riuscire a far sopravvivere un animale. La vera ricompensa era poterlo seguire nel tempo.
Per conoscere un organismo bisogna vederlo mangiare, crescere, riprodursi e reagire a ciò che lo circonda.
Il vetro rendeva possibile questa familiarità.
Lady Thynne e le madrepore di Torquay
Nell’autunno del 1846, Anna Constantia Thynne si trovava a Torquay, sulla costa del Devon.

Fra gli organismi marini osservati durante il soggiorno vi erano alcune madrepore. Decise di portarle con sé.
Oggi un viaggio del genere richiederebbe qualche ora e un contenitore adeguato. Nell’Inghilterra del 1846 era un’impresa di tutt’altra natura. Inoltre il viaggio non rappresentava che il primo problema: una volta raggiunta Londra, occorreva trovare il modo di mantenere vivi animali provenienti dal mare.
Lady Thynne raccontò molti anni più tardi come aveva proceduto. Per proteggere le madrepore durante il trasporto le fissò a una spugna e portò con sé anche acqua marina. Gli esemplari arrivarono vivi.
Fu allora che iniziò l’esperimento vero e proprio.
In un primo momento l’acqua veniva sostituita frequentemente. Ma procurarsi continuamente acqua di mare a Londra era chiaramente scomodo. Thynne cominciò quindi a riutilizzarla e a trasferirla ripetutamente da un recipiente all’altro vicino a una finestra aperta.
Non disponeva di un aeratore, naturalmente, ma l’effetto era simile: aumentando la superficie di contatto fra aria e acqua favoriva gli scambi gassosi.
Con il trascorrere dei mesi adattò ulteriormente la gestione. Provò ad alimentare gli animali e introdusse materiali e organismi raccolti sulla costa, comprese alghe marine.
Questi tentativi continuarono a lungo. Non si trattò dunque di mantenere una curiosità marina per qualche giorno dopo una vacanza. Le madrepore rimasero vive per anni e Thynne poté osservarne anche la crescita e la moltiplicazione.
La cosa avveniva in una casa privata e questo dettaglio cambia la prospettiva perchè mentre i recipienti di Villepreux-Power erano soprattutto strumenti di ricerca; le osservazioni di Dalyell appartenevano al lavoro di un naturalista, con Lady Thynne il piccolo ambiente marino comincia invece a entrare fisicamente nella vita domestica.
La sua esperienza fu resa pubblica soltanto nel 1859, quando comparve nell’Annals and Magazine of Natural History con il titolo On the Increase of Madrepores. A introdurre e commentare le sue osservazioni fu proprio Philip Henry Gosse.
Quando Thynne aveva cominciato, nel 1846, Gosse non aveva ancora pubblicato The Aquarium e il movimento che avrebbe trasformato le vasche marine in una moda vittoriana era ancora di là da venire.
A Londra, però, un chimico stava per affrontare lo stesso problema da un punto di vista molto diverso.
Guarda il mio approfondimento su lady Thynne
Robert Warington: quanto può durare un piccolo mondo?

Tra tutti i personaggi che precedono Gosse, Robert Warington è probabilmente quello che più chiaramente anticipa l’acquario moderno.
Warington era un chimico. Il problema che si pose non riguardava principalmente l’anatomia o il comportamento di una determinata specie. Voleva sapere se fosse possibile mantenere per lungo tempo animali e vegetali nella stessa quantità d’acqua, sfruttando le relazioni esistenti fra loro.
Nel 1849 preparò un recipiente di vetro di circa dodici galloni (55 litri, un vero acquario). Lo riempì per metà con acqua di sorgente, predispose sul fondo sabbia e fango e aggiunse alcune rocce. Vi piantò un esemplare di Vallisneria spiralis e introdusse due piccoli pesci rossi.
Il recipiente venne coperto con una sottile tela, utile soprattutto per tenere lontane la polvere e la fuliggine della città.
La Vallisneria cresceva e i pesci continuavano a vivere.
Non tutto, però, procedeva senza inconvenienti. Le foglie più vecchie della pianta cominciarono a deteriorarsi; comparvero residui e proliferazioni sulle pareti. Warington introdusse allora delle lumache, che si nutrivano di una parte di quel materiale.
Il risultato gli apparve sufficientemente importante da essere comunicato il 4 marzo 1850 alla Chemical Society di Londra. L’articolo uscì l’anno successivo nel Quarterly Journal of the Chemical Society con un titolo che descriveva esattamente ciò che Warington riteneva di aver ottenuto: un adattamento delle relazioni fra regno animale e vegetale tale da permettere il mantenimento delle funzioni vitali di entrambi.
In quella vasca confluiscono molte delle scoperte dei decenni precedenti.
La pianta non era presente per rendere il recipiente più gradevole. Alla luce partecipava agli scambi gassosi. I pesci contribuivano a modificare chimicamente l’acqua. Le lumache intervenivano su detriti e crescite vegetali.
Warington aveva naturalmente una conoscenza incompleta di quanto avveniva nella vasca. Il ruolo dei microrganismi e, soprattutto, i processi batterici che oggi associamo al ciclo dell’azoto non erano ancora stati compresi. L’idea di “equilibrio” adottata dai primi acquariofili era quindi molto più semplice di quella che possiamo formulare oggi.
Sul piano pratico, però, il salto era notevole: l’acqua non doveva necessariamente essere cambiata continuamente. Un recipiente poteva ospitare organismi differenti per lunghi periodi, purché esistesse una proporzione ragionevole fra essi e fossero garantite condizioni adeguate, prima fra tutte la luce.
Warington passò poi all’ambiente marino. Nel 1853 descrisse esperimenti diretti a mantenere lo stesso tipo di equilibrio nell’acqua di mare.
Era un problema assai più difficile, soprattutto a Londra. Una vasca marina che falliva non poteva essere semplicemente svuotata e riempita di nuovo aprendo un rubinetto. L’acqua doveva arrivare dalla costa; molti organismi si deterioravano rapidamente durante il trasporto e le alghe marine non erano tutte ugualmente adatte alla vita in un recipiente.
Le difficoltà tecniche erano considerevoli, eppure, all’inizio degli anni Cinquanta dell’Ottocento, l’idea fondamentale aveva ormai superato la fase delle curiosità isolate.
Era possibile mantenere un piccolo ambiente acquatico dietro un vetro. Restava da trasformare quella possibilità in qualcosa che il pubblico potesse capire, desiderare e riprodurre.
Guarda il mio video di approfondimento su Warington
Il 1853 e il Fish House di Londra
Un segnale decisivo arrivò nel 1853, quando allo Zoological Gardens di Regent’s Park venne aperto il Fish House.

Le vasche permettevano ai visitatori di osservare animali acquatici vivi in un contesto completamente diverso dalle tradizionali collezioni zoologiche. Non più esemplari imbalsamati o conservati nello spirito, ma organismi che nuotavano, si alimentavano e interagivano davanti agli occhi del pubblico.
Gosse fu strettamente coinvolto in questa esperienza e la ricordò nel primo capitolo di The Aquarium. Significativamente, nello stesso capitolo ricostruì anche la storia delle conoscenze che avevano reso possibile quel risultato, citando Priestley, Ward e soprattutto gli esperimenti di Warington.
La novità non stava quindi soltanto nella vasca, era cambiato il modo di guardare gli animali acquatici.
Un visitatore poteva fermarsi davanti a un vetro e osservare per tutto il tempo che desiderava creature che normalmente avrebbe visto soltanto morte su un banco di pescheria, in un museo oppure per pochi istanti lungo la costa.
Quella possibilità incontrò perfettamente il gusto della società vittoriana per la storia naturale. L’anno successivo Gosse avrebbe trasformato quell’interesse in un fenomeno molto più vasto.
Philip Henry Gosse
Quando The Aquarium uscì nell’aprile del 1854, Philip Henry Gosse era già un naturalista e divulgatore conosciuto.
Aveva trascorso anni osservando animali e raccogliendo materiale, e possedeva una capacità particolarmente felice di combinare descrizione scientifica ed esperienza personale.
Nella prefazione del libro chiarì subito uno dei principi che guidavano il suo lavoro: le abitudini degli animali non potevano essere conosciute davvero attraverso osservazioni occasionali. Occorreva seguirli a lungo, registrarne le azioni e prestare attenzione anche ai comportamenti apparentemente insignificanti.
È un’affermazione che avrebbe potuto sottoscrivere John Graham Dalyell, l’acquario offriva precisamente questa possibilità.
La costa poteva essere osservata soltanto in determinati momenti. Le pozze di marea erano condizionate dagli orari, dal clima e dalle stagioni. Molti organismi rimanevano nascosti o si trovavano a profondità difficilmente accessibili.
Con una vasca, invece, una parte di quel mondo entrava in casa.
Il lettore di Gosse non trovava soltanto descrizioni zoologiche. Seguiva l’autore lungo le coste di Weymouth, partecipava alle raccolte, conosceva gli strumenti impiegati, incontrava alghe, molluschi, crostacei, attinie e pesci. Le pagine passavano con naturalezza dall’escursione naturalistica all’osservazione ravvicinata di un animale.
Anche le illustrazioni avevano un ruolo importante. Gosse volle rappresentare gli organismi marini nei loro ambienti, accompagnati da rocce e vegetazione, cercando di restituirne i colori e l’aspetto quando erano vivi. Le tavole cromolitografiche costituiscono una delle caratteristiche più riconoscibili dell’edizione del 1854.
Per un pubblico abituato a vedere molti animali marini essenzialmente sotto forma di gusci, esemplari essiccati o preparati anatomici, l’effetto doveva essere considerevole.
Guarda l’unboxing del libro di Gosse
Come si costruiva un acquario nel 1854
L’ultimo capitolo di The Aquarium è particolarmente interessante per chi pratica oggi l’acquariofilia.
Gosse affronta questioni molto concrete: forma del recipiente, materiali, fondo, rocce, vegetazione, raccolta e trasporto degli organismi, illuminazione, aerazione e manutenzione.
Naturalmente molte soluzioni appartengono al loro tempo. Mancavano pompe elettriche, filtri, riscaldatori e gran parte delle conoscenze chimiche e microbiologiche che oggi consideriamo indispensabili. Altre osservazioni suonano invece sorprendentemente moderne.
Il numero di animali non doveva essere eccessivo. Bisognava fare attenzione agli organismi morti o in decomposizione. Non tutte le alghe marine erano adatte alla permanenza in vasca. L’esposizione al sole poteva favorire la vegetazione ma provocare anche un pericoloso aumento della temperatura, soprattutto nei recipienti piccoli.
Gosse discusse perfino i materiali di costruzione e i rischi derivanti da sostanze capaci di contaminare l’acqua.
Non esisteva un filtro biologico nel senso attuale, ma esisteva già gran parte della prudenza che caratterizza la conduzione di un acquario.
Soprattutto, Gosse comprendeva quanto fosse facile spingersi oltre ciò che una vasca poteva sostenere: l’entusiasmo del raccoglitore doveva fermarsi davanti ai limiti del recipiente. Anche questo suona piuttosto familiare.
Una parola destinata a restare
Verso la fine del volume Gosse affrontò direttamente la questione del nome.
Aqua-vivarium era stato utilizzato da altri autori e descriveva abbastanza bene l’oggetto, ma a Gosse non piaceva. Era una costruzione poco maneggevole.
Preferì Aquarium.
Il termine, spiegava, era già stato impiegato per recipienti destinati alle piante acquatiche. Bastava allargarne l’uso alle collezioni nelle quali vegetali e animali convivevano e, quando necessario, specificare Freshwater Aquarium oppure Marine Aquarium e l’idea funzionò.
Non era la prima volta in assoluto in cui le lettere che formano la parola aquarium venivano stampate su una pagina, ma Gosse contribuì in maniera decisiva a fissarne il significato moderno e a diffonderlo presso il grande pubblico.
Pochissimo tempo dopo non sarebbe stato più necessario spiegare che cosa significasse.
Il 1854 come punto d’arrivo
Guardato da questa prospettiva, il 1854 appare meno come la data di un’invenzione e più come la conclusione di una lunga preparazione.
Gli esperimenti di Priestley avevano mostrato che la presenza di un vegetale poteva modificare un ambiente reso inadatto dalla respirazione animale. Ingenhousz aveva legato quel fenomeno alla luce e alle parti verdi. Lavoisier, Senebier e de Saussure avevano progressivamente chiarito gli scambi chimici coinvolti.
Nel frattempo il vetro aveva cominciato a racchiudere piccoli ambienti vegetali nelle casse di Ward.
A Messina Jeanne Villepreux-Power aveva progettato recipienti e gabbie per studiare organismi marini vivi. In Scozia Dalyell aveva dimostrato quanto potesse essere lunga e produttiva l’osservazione dello stesso animale. Lady Thynne aveva mantenuto per anni delle madrepore lontano dal mare e lo aveva fatto all’interno di una casa.
Con Robert Warington comparve poi un elemento decisivo: la ricerca deliberata di un rapporto stabile fra animali e vegetali all’interno della stessa acqua.
Gosse arrivò quando tutti questi percorsi erano ormai abbastanza vicini da potersi incontrare.
Il suo contributo non si misura quindi cercando di attribuirgli un primato assoluto. La sua importanza sta nell’aver saputo raccogliere una pratica ancora dispersa fra chimica, botanica, zoologia e curiosità naturalistica e nel presentarla come qualcosa di accessibile.
Con The Aquarium il lettore poteva imparare a raccogliere gli organismi, trasportarli, sistemarli e osservarli. Poteva soprattutto immaginare di possedere un acquario.
È qui che comincia una storia diversa.
Perché dopo il 1854 l’acquario non rimase confinato ai laboratori, agli studi dei naturalisti e a poche abitazioni privilegiate. In Gran Bretagna l’interesse crebbe rapidamente, alimentato dai libri di storia naturale, dalle escursioni sulle coste e dagli acquari aperti al pubblico. Il vetro, sempre più disponibile e meno costoso, contribuì a rendere possibile ciò che pochi decenni prima sarebbe sembrato un lusso straordinario.
Stava per iniziare la grande stagione vittoriana dell’acquario e con essa sarebbe cambiato anche il rapporto fra l’uomo e gli animali acquatici.
Fino ad allora il problema era stato capire come tenere in vita un piccolo pezzo di mare, ma da quel momento sempre più persone avrebbero voluto averne uno in casa.
